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“Il Caso Moro” al cinema: Beppe Ferrara e le questioni irrisolte

il caso moro locandinaQualche giorno fa, il 16 marzo, è ricorso il 35esimo anniversario della strage di Via Fani, l'attentato terroristico dai tanti risvolti oscuri che diede avvio ai famigerati 55 giorni di prigionia del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Una delle pellicole più interessanti sulla vicenda è datata 1986 ed è stata realizzata dal regista senese Beppe Ferrara, uno dei maestri del cinema d'impegno civile nel nostro Paese. La pellicola, disponibile su Youtube, ha di fatto segnato una tappa importante nella vita del regista, autore di film seguitissimi e amatissimi dal pubblico televisivo, ma contemporaneamente oggetto continuo delle attenzioni della censura.

Per analizzare il film di Ferrara, occorre partire dalla riflessione  fatta a caldo da Leonardo Sciascia, nel  volume “L'affaire Moro”, pubblicato pochi mesi dopo il ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana: 

"L'impressione che tutto nell'affaire Moro accada, per così dire, in letteratura, viene principalmente da quella specie di fuga dei fatti, da quell'astrarsi dei fatti […] in una dimensione di conseguenzialità immaginativa o fantastica indefettibile e da cui ridonda una costante, tenace ambiguità."

Lo scrittore siciliano, parlando delle decine di migliaia di posti di blocco e fermi di polizia, compiuti in quei 55 giorni, affermava: “Si può sfuggire alla polizia italiana, ma non al calcolo delle probabilità”. 

Da queste considerazioni sono partiti, otto anni dopo la morte di Aldo Moro, gli autori del film di Giuseppe Ferrara, per provare a scomporre e ricomporre i pezzi di quello che è, a ragione, considerato il più clamoroso evento delittuoso dell'Italia repubblicana. 

Fa notare Fabrizio Deriu, autore di una importante biografia di Gian Maria Volonté, chiamato a interpretare Aldo Moro, che affrontare le vicende legate al film in poco tempo è impresa impossibile, soprattutto perché “è difficile se non impossibile scindere con chirurgica precisione il giudizio estetico da quello politico”.

Secondo Giuseppe Ferrara, “Il film ha rimosso una colpa che era stata sapientemente nascosta, sepolta non solo in fondo alle scartoffie processuali e parlamentari, ma anche nel fondo dell'inconscio; sarebbe meglio dire in fondo all'anima. E l'operazione espressiva è risultata tanto più insopportabile quando più i contorni sono stati realistici, con i nomi e i cognomi, con le somiglianze […], con i dati di fatto; tanto più bruciante quanto più Volonté fa rivivere Moro, come se si fosse levato dalla tomba, con le sue accuse implacabili."

Proviamo a elencare soltanto le questioni più importanti che si poneva il film:

1)        Qual è il ruolo della P2? È vero che qualche tempo prima, Licio Gelli aveva rivolto minacce specifiche ad Aldo Moro, reo di dialogare con il PCI?

2)        Come mai si perde così tanto tempo, ed una volta partiti gli accertamenti, non si va troppo in fondo, ai covi di Via Gradoli e di Via Montalcini?

3)        Perché si è insistito nel ritenere inattendibili le lettere dalla prigione del popolo scritte da Aldo Moro ed indirizzate a chiunque?

4)        Quante persone sono intervenute in via Fani? Perché la presenza di un testimone oculare, l'ingegner Marini, è stata messa in secondo piano? È legittimo il dubbio di Agnese Moro sulla sparizione di una delle ventiquattrore appartenenti ad Aldo Moro, solo dopo la strage, mentre in via Fani accorrono i soccorsi?

5)        Chi sono gli autori del falso comunicato numero sette, in cui si dice di ricercare il corpo di Aldo Moro nel lago della Duchessa?

Sono domande legittime, poste a otto anni di distanza dalla morte del presidente della DC. Sono, senza ombra di dubbio, questioni irrisolte alle quali nessuna sentenza giudiziaria o commissione d'inchiesta parlamentare ha mai dato risposta.

Non si faceva attendere, all'epoca, la reazione dell'apparato democristiano: Paolo Cabras, direttore de “Il Popolo”, definiva robaccia il lavoro di Ferrara, aggiungendo che si trattava di un film ignobile, fondato sulla tesi che ad uccidere Aldo Moro sia stata un'intesa Dc – Pci, in uno scenario manovrato da Licio Gelli e dalla regia statunitense. Flaminio Piccoli giudicava il film un'infamia. Critico nei confronti del film anche Luciano Violante, per il quale la strategia della fermezza era necessaria. Meno critico l'indipendente di sinistra Stefano Rodotà, che metteva in evidenza soprattutto i dubbi nati nella commissione d'inchiesta sull'efficienza dei servizi segreti.  Il giudizio del pubblico era però del tutto opposto, secondo quanto scriveva Guido Vergani su “La Repubblica”.

E nella querelle sul film di Ferrara, interviene anche la censura televisiva, con la Rai che nega l'ospitata a “Domenica In” di Gian Maria Volonté:

In questo caso, si deve tenere presente che innanzitutto Volonté è sempre stato un personaggio restio alle apparizioni televisive e dunque aveva accettato, suo malgrado, esclusivamente per promuovere il film, ma quel che più balza all'attenzione è che la Rai “ha privato gli italiani che seguono (a milioni, si dice) Domenica In del piacere di ascoltare la Carrà alle prese con gli anni di piombo, il terrorismo, la complessa, drammatica giungla di posizioni politiche di quel periodo”.

Sta di fatto che, anche sull'onda delle polemiche, “Il Caso Moro” continua a ricevere consensi, soprattutto dagli spettatori, e l'anno successivo viene invitato, “non senza tentativi di opposizione al Festival di Berlino […] dove Volonté vinse l'Orso d'Argento per la migliore interpretazione maschile.

Anche nel caso della partecipazione al Festival di Berlino, i maggiori ostacoli sono posti dalla Democrazia Cristiana. Ricorda Moritz de Hadeln, storico direttore del festival: “Mi chiamò Cianfarani, disse di aver avuto una telefonata da Andreotti, contrario alla presenza del film a Berlino. Dissi che non accettavo ordini, ma le telefonate furono molte”.

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