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Argentina: è morto Jorge Rafael Videla, il dittatore della 'guerra sporca'

Argentina: è morto Jorge Rafael Videla, il dittatore della 'guerra sporca'

E’ morto, a Buenos Aires, nel carcere di Marcos Paz, Jorge Rafael Videla. Per sempre se ne vanno con lui il sangue dei desaparecidos ancora senza memoria e un pentimento mai nemmeno sfiorato. Al secolo, e su molti libri di storia, è passato come l’ ”Hitler della Pampa”. Era l’ultimo dei dittatori argentini ancora in vita e nessuna cerimonia lo accompagnerà nella tomba, ma solo un martellante silenzio per ciò che non ha detto, per ciò che fece, per ciò che forse non si saprà. Fu l’esecutore della cosiddetta “guerra sucia”, un programma politico di repressione violenta a danni delle donne e degli uomini del suo paese, con lo scopo di eliminare dall’interno ogni possibile forma di dissidenza, attraverso sequestri, persecuzioni, torture, “vuelos de la muerte” e arresti.

 

Ciò che accadde nell’Argentina nera, tra gli anni 1976 e 1983, fu uno sterminio, ciò che fece la dittatura militare assunse le forme del genocidio. Jorge Rafael Videla giunse al potere il 24 marzo 1976, dopo un golpe ai danni di Isabelita Peròn. A capo di una giunta militare, composta da Emilio Eduardo Massera, Leopoldo Galtieri e Orlando Ramòn Agosti, diede subito il via al “Processo di riorganizzazione nazionale”: un programma e un progetto di governo che instaurarono uno spaventoso regime di terrorismo di stato. Immediatamente fu esautorato il parlamento, furono aboliti tutti i diritti civili, si passò allo scioglimento dei partiti politici e dei sindacati, la stampa fu censurata, mentre tutti i mezzi di comunicazione finirono sotto lo stretto controllo della giunta. Presto cominciò anche la repressione e la tragedia dei “desaparecidos”.

Tantissimi, tra giornalisti, studenti, operai, attivisti, docenti e sindacalisti d’opposizione e non vennero arrestati e trasportati in centri di detenzione clandestina, come l’”Escuela de Mècanica de la Armada”, la “Perla” o il “Garage Olimpo” dove si compivano stupri, torture e sevizie d’ogni sorta. Come quella disumana delle scariche elettriche della “picana”. Il ritmo della “guerra sporca” era un incessante marcia di violenza che batteva i colpi nell’assoluta segretezza: circa trentamila persone, in quegli anni, furono sequestrate, torturate ed assassinate dopo sommari processi.

In molti furono gettati vivi nelle acque dell’Oceano Atlantico, nel corso dei tragici voli della morte, alle madri arrestate in stato di gravidanza vennero strappati i figli e affidati alle famiglie vicine alla giunta, altri, ancora, subirono i famigerati “patota”, aggressioni improvvise nelle proprie case da parte di poliziotti del regime, a cui seguivano rapimenti e carcerazioni. Funesto giuramento furono le parole di Manuel Ibérico Saint-Jean, al tempo governatore della provincia di Buenos Aires: “Prima ammazzeremo tutti i sovversivi, poi i collaboratori, quindi i simpatizzanti e infine i timorosi”.

Di quegli onesti sovversivi e indifesi timorosi si accorsero presto le madri di plaza de Mayo che nell’aprile 1977, nel pieno della dittatura, iniziarono a sventolare i loro fazzoletti bianchi in memoria dei figli scomparsi. Come spesso accade, anche a quel regime, non mancarono gli aiuti internazionali. Ai mondiali di calcio del 1978 i potenti del pallone salutarono con favore l’ordine sociale portato da Videla, gli alti vertici della Chiesa argentina non mancarono di benedire quel terribile carnefice, mentre gli avvoltoi della grande finanza mondiale colsero l’occasione per far ingrossare i propri guadagni grazie alla scellerata politica economica della giunta militare.

Più tardi, in seguito a contrasti in seno alla giunta, il generale Videla fu deposto e sostituito da un altro militare, Eduardo Roberto Viola. Era il marzo 1981, e quella dittatura, nell’arco di un paio d’anni, sarebbe crollata sotto i colpi della disfatta della guerra delle Falkland-Malvinas. Dopo il ritorno alla democrazia, il generale subì diverse condanne d’ergastolo e nel 1992 la tragedia dei desaparecidos venne riconosciuta da una risoluzione dell’ONU come crimine contro l’umanità.

Quello di Jorge Rafael Videla fu un regime brutale: terrore che violentò la sua storia e dittatura che rubò i suoi figli. A cui solo la memoria può provare a rendere giustizia; non dimenticando, magari con le immortali parole dello scrittore argentino Osvaldo Soriano. E allora per quella terra amara e per quel tempo atroce: “Mai più pene né oblio”.

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