Titolo di studio e rette universitarie: quello che La Voce non dice

Scritto da Lorenzo Zamponi on . Posted in in formazione

Pietro Manzini ieri su LaVoce.info spiegava in un lungo articolo "perché cancellare il valore della laurea". Manzini insegna diritto internazionale e si occupa principalmente di antitrust, perciò, pur non essendo un esperto di questioni legate a formazione e ricerca (ma tanto si sa che chiunque occupi una cattedra lo è a prescindere, in Italia), centra il punto della riforma auspicata da Confindustria, proposta da Monti, criticata dagli studenti e messa in standby dal ministro Profumo, in attesa di una consultazione pubblica su Internet.

Il professore vede infatti nella creazione di una maggiore concorrenza tra gli atenei il nucleo fondamentale del provvedimento, e giudica questo passaggio estremamente positivo per il futuro dell'università italiana.
Se le lauree non valessero tutte uguale, spiega Manzini, bensì il loro riconoscimento, in termini di punteggio nei concorsi pubblici, dipendesse da un ranking tra gli atenei, allora ogni università sarebbe incentivata ad assumere docenti migliori, invece dei raccomandati, e avremmo quindi una maggiore qualità della didattica.

Un modello splendido, che si basa però su due non detti, su due concetti che Manzini lascia intendere tra le righe, senza esplicitarli. 

Il primo è l'idea che la qualità di un sistema formativo si misuri dalle eccellenze, e che quindi se si riuscisse ad attrarre in alcuni poli i docenti migliori, il sistema in generale ne guadagnerebbe. Questo non è un dato scontato, ma una scelta politica e serve a creare una maggiore differenziazione tra alcune università d'élite e altre di serie B, con conseguenze sulla preparazione degli studenti. Non si sta quindi cercando di aumentare la qualità della didattica in generale, ma semplice di concentrarla di più in modo che alcuni studenti possano fruire di un'offerta formativa migliore di quella attuale, ovviamente a discapito degli altri. Si preferisce una maggiore concentrazione e differenziazione dei livelli di formazione piuttosto che puntare a portare tutti gli studenti, o quanti più possibile, a raggiungere determinati livelli di istruzione.

Ma il secondo non detto, o detto tra le righe, è quello fondamentale, il vero nodo del dibattito. Se si vuole stimolare gli atenei a competere per i docenti più bravi, su che basi dovrebbe avvenire questa competizione? Come fa un ateneo ad attrarre i migliori? Evidentemente, offrendo loro compensi più alti. Ma come può avvenire una competizione su base economica tra soggetti come le università italiane, la cui fonte di finanziamento primaria sono i fondi statali ed è quindi uguale per tutti (in realtà ci sono già forti discriminazioni, ben illustrate qui, ma fingiamo per un attimo di avere una ripartizione omogenea)? Se tutti gli atenei hanno gli stessi soldi, e non possono averne di più, perché gli ingressi dalle rette universitarie non possono superare il 20% del finanziamento statale, come possono competere e ottenere quindi i risultati cercati dall'abolizione del valore legale del titolo di studio?

Evidentemente quindi, per realizzare la competizione auspicata dai sostenitori dell'abolizione del valore legale, bisognerebbe che ad essa seguisse anche l'abolizione del tetto del 20% e quindi la liberalizzazione totale delle rette universitarie, misura tra l'altro contenuta nella famosa lettera di Berlusconi alla Bce sulla cui condivisione si è costruita l'attuale maggioranza parlamentare Pdl-Pd-Udc.

Manzini cita di striscio questo argomento quando dice che l'abolizione da lui proposta "indurrebbe le università a cercare di migliorare i loro servizi formativi e la ricerca, in modo da ottenere una posizione migliore nel ranking (e dunque maggiori risorse dalle famiglie)" e "indirizzerebbe il flusso delle risorse privato (famiglie) verso le università di qualità invece che verso quelle scadenti, ottimizzando l’allocazione delle stesse".

L'abolizione del valore legale del titolo di studio, infatti, ha senso solo in un sistema in cui a sostenere finanziariamente le università non è principalmente lo stato, come nella stragrande maggioranza dei paesi europei, ma le rette pagate dalle famiglie, come nel sistema britannico la cui importazione è stata proposta l'estate scorsa dal senatore democratico Pietro Ichino. Non per niente il dibattito sul tema è stato introdotto da un appello, firmato da Ichino, Giavazzi e tanti altri baroni come loro, che collegava il tema del titolo di studio con quello delle rette universitarie. Una proposta, senza l'altra, non sta in piedi.

Abolire il valore legale del titolo di studio senza liberalizzare le rette universitarie, semplicemente, non ha senso. E chi sostiene questa misura deve avere il coraggio di dirlo: l'Italia, che già oggi è al terzo posto nella classifica delle rette universitarie più alte d'Europea e al penultimo in quella dell'investimento pubblico sull'università, intende disinvestire ulteriormente dal sistema della formazione e ulteriromente scaricare i costi sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie, che già pagano più di quasi tutti gli altri in Europa.

Facciamo uno sforzo collettivo, depuriamo il dibattito dalla cortina fumogena del "valore legale del titolo di studio", e parliamo della vera questione in ballo: si sta proponendo all'Italia di abbandonare il modello europeo di università pubblica per passare a quello anglosassone, i cui costi dovrebbero pesare non più sullo stato ma, in maniera ancora più pesante di quella attuale, sugli studenti e sulle loro famiglie, aprendo nuovi spazi di redditività per gli operatori finanziari all'interno del sistema formativo. Una proposta legittima, per quanto apertamente ideologica e classista, al centro di un dibattito che ormai non è più nazionale ma europeo e globale. Certo, sarebbe più corretto se chi la sostiene avesse almeno il coraggio di farlo apertamente.